4 domande a Chiara Lungarotti

Donna del vino e amministratrice delegata della celebre cantina di Torgiano, Chiara Lungarotti ci parla di progetti futuri, dell’impegno nel campo della sostenibilità e del carattere umbro.

L'ultima novità che riguarda la cantina, in ordine di tempo, è la modifica delle bottiglie di Rubesco e Torre di Giano. In un processo di modifica del packaging che guarda verso la sostenibilità. Cosa ci puoi dire a riguardo?

«Con le nuove annate del Rubesco – Rosso di Torgiano DOC e del Torre di Giano – Bianco di Torgiano DOC abbiamo introdotto le nuove bottiglie più leggere che consentono di ridurre fino al 35% le emissioni di CO2. Una scelta già intrapresa nella produzione degli altri vini della gamma Lungarotti ,composta da 29 etichette, che oggi si completa con l’adozione delle bottiglie sostenibili anche per i due vini storici dell’azienda. Con l’introduzione delle bottiglie più leggere, che passano da 0,65 kg a 0,42 kg di peso, prosegue il nostro impegno nell’adottare buone pratiche nel rispetto dell’ambiente. Un impegno già assunto da mio padre Giorgio, che fu pioniere nel comprendere l’importanza di una viticoltura e di una produzione volta a minimizzare l’impatto ambientale: perché la cura del territorio si riflette anche nel bicchiere. Un cammino cominciato negli anni ’90 con l’installazione delle prime capannine meteo per analizzare l’andamento climatico che, nel 2013, ci ha spinto a diventare capofila del progetto MeteoWine, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, per la raccolta dei dati climatici da utilizzare per l’elaborazione di modelli meteorologici. Un progetto che negli anni ha visto importanti implementazioni fino alla nascita di una Piattaforma Meteo Regionale che oggi rielabora i dati raccolti in tutta l’Umbria e costruisce modelli, con conseguenti previsioni meteo attendibili, fondamentali per elaborare un DSS (Sistema di Supporto alle Decisioni) per diminuire l’impatto dei trattamenti in agricoltura. Inoltre, nelle nostre tenute di Torgiano e Montefalco non si utilizza il diserbo, ma si effettua un controllo meccanico delle malerbe, e la concimazione è rigorosamente organica, utilizzando il sovescio e il letame di chianina per preservare la biodiversità del terreno. Quanto alla gestione delle risorse idriche, nel suolo sono presenti dei sensori che verificano la disponibilità idrica del terreno al fine di ottimizzare la pratica dell’irrigazione di soccorso per le uve bianche. Nel 2004 Lungarotti è stata scelta come cantina pilota a livello nazionale dal Ministero delle Politiche Agricole per realizzare il progetto “Energia della vite”, ideato dal Centro Ricerche sulle Biomasse dell’Università di Perugia al fine di ricavare energia dagli scarti di potatura attraverso un impianto a biomasse. Nel luglio 2018 è stato installato un impianto fotovoltaico sulla copertura degli edifici aziendali che copre il 40% dei fabbisogni di energia con un risparmio di oltre 3.000 ton di CO2. E, sempre nel 2018, i 230 ettari della Tenuta di Torgiano hanno ottenuto la certificazione VIVA, il programma del Ministero dell’Ambiente che attesta la sostenibilità della filiera vitivinicola attraverso l’analisi di quattro indicatori: aria, acqua, vigneto e territorio, mentre i 20 ettari della Tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico già dal 2010 e certificati dal 2014».

Lungarotti è un'azienda vinicola a forte impronta femminile. Come sono distribuite le mansioni da svolgere nel quotidiano?

«Nella nostra azienda la componente femminile è molto forte e, a livello familiare, è rappresentata, oltre che da me, da mia sorella Teresa che cura le relazioni esterne e il marketing, e da mia madre Maria Grazia, direttrice della Fondazione Lungarotti Onlus. Laureata negli anni ’50 in Lettere e Storia dell’Arte e appassionata di museografia e museologia, è stata lei a fondare nel 1974, assieme a mio padre Giorgio, il Museo del Vino di Torgiano (MUVIT), definito dal New York Times “il migliore in Italia”, e nel 2000 il Museo dell’Olivo e dell’Olio (MOO). Ad accrescere le quote rosa di famiglia si è aggiunta anche mia nipote Gemma che affianca la nonna Maria Grazia nelle attività della Fondazione. Inoltre, accanto a noi abbiamo bravissime collaboratrici e tutte insieme portiamo avanti le attività dell’azienda con passione, determinazione e quella sensibilità che spesso contraddistingue l’universo femminile: perché nel mondo del lavoro, e quindi anche nel nostro settore, la differenza non la fa il genere, ma le competenze e la professionalità».

Ci puoi parlare dei progetti futuri e dei mercati del vino cui l'azienda guarda con maggior attenzione?

«Nonostante la pandemia e i lockdown, noi abbiamo lavorato sempre perché la campagna non si ferma mai. Come tanti produttori, siamo stati spronati ad utilizzare i canali digitali, cosa a cui ricorreremo sempre di più in futuro. La rete è servita soprattutto per presentare le nuove annate e organizzare degustazioni a distanza. Anche nel rapporto con i clienti, i social hanno permesso di mantenere il contatto con i molti appassionati che ci seguono. In vista di una ripartenza, che ci auguriamo avvenga prima possibile, ci stiamo preparando a rilanciare con grande entusiasmo le nostre attività che riguardano l’ospitalità, l’enogastronomia e la cultura. Non vediamo l’ora di poter di nuovo accogliere i nostri ospiti a cui offriremo l’opportunità di vivere la “Lungarotti Experience” fondata su wine tour in vigna e in cantina, degustazioni dei nostri vini e dei prodotti tipici del territorio, soggiorni nel nostro agriturismo tra i vigneti e visite guidate al Museo del Vino e al Museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano. Un turismo en plein air, e non solo, che coniuga cultura, natura ed enogastronomia di qualità. Quanto ai mercati, il nostro obiettivo nel lungo periodo è quello di diventare multicanale, là dove al momento siamo focalizzati su un canale solo».

Scegliere un vino in una gamma molto ampia di bottiglie come quella di Lungarotti non è cosa semplice, ma se tu dovessi puntare l’attenzione su uno tra tutti, che più di altri rappresenta l'Umbria e il carattere della regione, quale indicheresti?

«Sceglierei il Rubesco Riserva Vigna Monticchio, il nostro vino portabandiera profonda espressione della nostra terra: riservato ma generoso, proprio come la gente dell’Umbria. Un rosso di grande struttura, adatto ad un lungo invecchiamento, che sfodera un equilibrio unico tra potenza ed eleganza e che viene prodotto solo nelle migliori annate. Creato negli anni ‘’60 da mio padre, a quei tempi era un vino innovativo che ne rispecchiava la sua personalità. I vini, infatti, sono espressione di un territorio ma anche di chi li produce, per cui, pur mantenendo la sua identità, anche il Rubesco Riserva Vigna Monticchio ha vissuto un’evoluzione. Si può dire che a partire dall’annata 2005 ha cominciato a riflettere l’impronta della nuova generazione della famiglia Lungarotti e il fatto che l’annata 2016 abbia conquistato il primo posto, ex aequo con il Bolgheri Sassicaia 2017 di Tenuta San Guido, della classifica 2021 dei 100 migliori rossi italiani stilata dal mensile Gentleman, ci conferma che stiamo procedendo nella giusta direzione».
Testo di Gualtiero Spotti
Foto cortesia di Cantine Lungarotti
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