4 domande ad Alessandro Gobbetti

Origini vicentine ma un futuro toscano per Alessandro Gobbetti, titolare con il padre Pietro dell’Azienda Vinicola Poggio Cagnano, a Manciano. Lo abbiamo incontrato per scambiare quattro chiacchiere sui suoi vini.

La famiglia Gobbetti ha origini vicentine e, credo, una storia di produzione vinicola non particolarmente lunga. Poco più di quindici anni fa è avvenuta la svolta, con un podere in Toscana e una vera e propria rivoluzione nello stile di vita. Ci puoi raccontare la vostra storia?

«Estimatori del vino da sempre, circa quindici anni fa io e mio padre abbiamo deciso di investire in un progetto nel cuore della Maremma Toscana che è un luogo davvero unico, ampio e variegato e dal grande potenziale a parer nostro. Una decina d’anni fa ho poi deciso di cambiare vita trasferendomi qui a Manciano e dedicandomi anima e corpo al progetto. Oggi diciamo che mi piace definirmi un “artigiano del vino”, a cui piace sperimentare e fare continue ricerche. Quindi un podere abbandonato da 30 anni è stato trasformato nel nostro “piccolo gioiello”. All’epoca il poggio era quasi inaccessibile, impervio e scosceso, con una vista incredibile sul mare dell’Argentario. Si tratta di un progetto in cui abbiamo investito anni di lavoro dedicati a recuperare l’oliveto esistente, piantare le vigne e costruire la cantina, definendo quella che oggi è la filosofia dell’azienda: produzione limitata di vini di territorio di altissima qualità che puntano su finezza ed eleganza».

Quali sono le peculiarità dei vini di Poggio Cagnano? Il lavoro avviene in ambito strettamente biologico e l’estensione dei vigneti permetterà in pochi anni di aumentare la quantità in produzione. Quali sono gli obbiettivi?

«I tre rossi, il bianco Vermentino e il Rosato sono frutto di rese molto basse e danno origine ad una produzione totale di 10.000 bottiglie/anno. Il nostro progetto è all’inizio e prevede una graduale ma continua crescita della produzione con l’obiettivo di raggiungere quota 25.000 bottiglie annue nel 2023. Le piccole dimensioni dell’azienda ci permettono di intervenire tempestivamente e puntualmente per una gestione agronomica sostenibile e di qualità. Le condizioni per questo tipo di agricoltura sono ideali, tra esposizione, vento costante, suolo asciutto e biodiversità. Il nostro obiettivo tuttavia di è quello di superare il biologico grazie a una sperimentazione costante con lotte alternative a base di prodotti omeopatici, insetti amici e nuovi formulati naturali per diminuire costantemente l’utilizzo di rame e zolfo. Il lavoro, in vigna prima e in cantina poi, non è frutto di una formula prestabilita ma è in continua evoluzione. Ad ogni vendemmia sperimentiamo nuove tecniche per adattarci alle caratteristiche dell’annata limitando gli interventi in cantina al minimo necessario per far esprimere al meglio i nostri vini. L’ambizione è quella di portare più complessità nel bicchiere lavorando esclusivamente su piccole masse, diversificando tecniche e materiali sia per la vinificazione che per l’affinamento».

Toscana significa prevalentemente sangiovese classico, però Poggio Cagnano realizza anche un rosé con la stessa uva e un vermentino. Entrambi con il nome di Nebula. Come sono nati e quali sono le aspettative per il futuro di questi vini?

«Toscana e Maremma in particolare significano mille cose perché l’estensione e la varietà dei terroir è incredibilmente ampia.Questa parte della toscana è relativamente nuova da un punto di vista vitivinicolo e permette di sperimentare senza troppe restrizioni legate alla cultura e alla tradizione. Tradizione che è in realtà dietro l’angolo, basti pensare a Montalcino e Bolgheri. Tuttavia qui si respira un aria un po’ diversa, quasi da nuovo mondo. Certamente il sangiovese è il nostro cavallo di battaglia e cerchiamo di esprimere le sue varie sfumature usando tecniche differenti sia in fermentazione che in affinamento: tronconconica (stile montalcino), tonneaux aperto, anfora. Anche il Cabernet qui esprime note molto territoriali (Arenario), che portano a un vino di grande concentrazione, ma altrettanta freschezza ed eleganza. “Ogni vendemmia in cui non si sperimenta è una vendemmia persa”, non ricordo dove ho letto questa frase ma diciamo che è diventato il mio motto. E il più delle volte è nato qualcosa di interessante. Come nel caso del Vermentino, che è nato quasi per gioco con i primi 5 HL fatti quattro anni fa. I pochi filari che avevamo piantato sorgono attorno alla cantina come fossero il giardino di casa. Subito ci ha colpito per la sua sapidità e mineralità e nel 2017 è arrivata la prima vera annata. Ogni settimana per sei mesi lo muovevo con un bastone e rimanevo incantato dalla nuvola di lieviti e fecce fini che sale in superficie. Uno spettacolo per chi come me ha lavorato negli effetti speciali. Mi ricordava una nebulosa. Sia l’annata 17 che le due seguenti sono andate molto bene, apprezzate soprattutto dai ristoratori della costa toscana che cercano sempre di più vini dritti, verticali, da accompagnare al pesce. Con la 2019 siamo voluti salire di un altro gradino: il vino fermenta per 2/3 in cemento e per 1/3 in anfora e poi affina in cemento per 6 mesi. Più complessità e apertura. Ora abbiamo anche un Vermentino che sta affinando in Anfora dopo aver fatto tre settimane sulle bucce e promette molto bene, però non ha ancora un nome o una data di uscita. Poi ci sono gli ancestrali di Sangiovese e Vermentino… ma quelli forse li teniamo per un altra storia…».

Spesso, di questi tempi, la produzione di vini si accompagna all’accoglienza, che significa pernottamento, degustazione. A volte anche ristorazione. Avete progetti in questo senso? E infine, qual è la destinazione finale delle vostre bottiglie. Più Italia o più estero?

«Dalla prossima primavera, Covid permettendo, inizierà l’accoglienza. Il tema sarà quello della villa di design tra vigne e ulivi, con vista Argentario. Per noi è una nuova avventura però sarà una bella soddisfazione poter proporre a chi verrà qui i nostri vini, il nostro olio e il nostro nuovo miele biologico! Per quanto riguarda la vendita delle bottiglie, se potessi scegliere lavorerei principalmente sull’estero. Ora su Svizzera , Florida, Danimarca e Svezia abbiamo trovato dei piccoli importatori che ci danno molta soddisfazione e ci permettono di guardare con fiducia al futuro. Persone corrette, competenti e appassionate al nostro progetto e su cui fare affidamento per il futuro. Purtroppo il mercato italiano è fatto più di situazioni estemporanee a cui non è facile dare continuità e affidabilità».
Testo di Gualtiero Spotti
Foto cortesia di Poggio Cagnano
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