4 domande a Michele Ciani

Michele Ciani è il titolare di Aquila del Torre, azienda vinicola friulana dall’anima biodinamica che mette in fila ottime etichette con vitigni non solo autoctoni. Cultura del territorio, accoglienza e un Picolit diverso dal solito…

Aquila del Torre è una cantina con un team giovane e una storia relativamente recente. Ci racconti come è nata la vostra avventura e soprattutto della conversione prima al biologico e poi al biodinamico?

«Aquila del Torre, per come si conosce oggi, ha una storia di 25 anni e radica le sue origini sulle colline di Savorgnano del Torre all’inizio del secolo scorso sviluppando quella che viene chiamata la bonifica Sbuelz. Si tratta di un progetto famigliare, di cui io ho preso il testimone. Alla fine degli anni ’90 abbiamo recuperato i vigneti storici messi a dimora negli anni ’60, in particolare quelli delle varietà Picolit e Tocai friulano. Successivamente sono stati sistemati e terrazzati i versanti dell’anfiteatro naturale, nel cuore dell’azienda, e sono stati piantati i vigneti delle altre varietà tra il 1999 e 2003. Nel 2010 abbiamo iniziato il percorso verso la certificazione biologica su tutta la superficie e la produzione di tutti i vini, ormai 10 anni fa… Nel frattempo abbiamo aderito a FIVI e nel 2016 abbiamo messo in pratica le prime nozioni di biodinamica. Per un approccio ecosostenibile e naturale è stato necessario formare un gruppo di lavoro giovane e senza preconcetti. Abbiamo aderito alla associazione Agricoltura Vivente che diffonde la biodinamica in maniera pratica tra gli agricoltori e questa chiave di lettura ci ha dato gli strumenti per osservare la nostra azienda come organismo agricolo. Abbiamo rivalutato quanto fosse importante la presenza del bosco tutt’attorno ai vigneti, abbiamo introdotto di fianco alle vigne due apiari e alcune lavorazioni del terreno sono fatte con l’ausilio del cavallo da tiro. Assieme al buon senso, abbiamo messo in atto tutta una serie di azioni per far risaltare l’origine dei vini prodotti e renderli unici e irripetibili».

L’impegno è a 360 gradi, anche perché fate accoglienza con un bed&breakfast e realizzate mini corsi di degustazione e approfondimenti sul metodo biodinamico. Che riscontri avete avuto?

«All’ultimo piano della cantina abbiamo sviluppato le camere per gli ospiti, da cui è possibile ammirare il panorama dall’alto della collina verso la pianura e la città di Udine, rilassandosi in un ambiente accogliente e informale. Inoltre, abbiamo realizzato la sala degustazione dedicata all’approfondimento delle caratteristiche del nostro territorio e delle pratiche biologiche e biodinamiche. La visita di Aquila del Torre è completata dalla camminata nei vigneti e attraverso la macchia boschiva, dalle osservazioni in campo dello stadio fenologico della vite, dello stadio di sviluppo del sovescio, della valutazione del cumulo di compost e molto altro ancora a seconda della stagione. Crediamo che l’esperienza sul posto di persona è il primo passo per la valorizzazione del territorio. Anche se il periodo che stiamo vivendo limita questa possibilità, abbiamo ricevuto molte adesioni poiché si tratta di un tipo di esperienza veramente unico».

Il Picolit è uno dei punti di forza del territorio e un vitigno nel quale credete molto. Il vostro Oasi bianco è un vino in questo senso sicuramente “diverso” dagli altri in produzione. Ce ne parli?

«La varietà Picolit è legata intimamente a Savorgnano del Torre e ai Colli Orientali del Friuli. Probabilmente il vitigno più conosciuto e ricercato per la sua storia tra quelli autoctoni friulani. I vini bianchi dolci normalmente scatenano un grande fascino e il Picolit in Friuli è uno di questi. Nella sua dolcezza mantiene un grande equilibrio di freschezza ed eleganza proprio per le caratteristiche ampelografiche del grappolo spargolo assieme a quelle pedoclimatiche di questo areale collinare. È necessario conoscere a fondo la tecnica di appassimento e vinificazione per produrre un vino dolce di questa levatura. A fianco a questa tipologia, riconosciuta come DOCG Picolit, nel 2010 abbiamo deciso di intraprendere un percorso differente rispetto alla tradizione, vinificando un vino bianco da uve senza appassimento. La fermentazione con lieviti indigeni in contenitori di legno esausto e la lunga permanenza sulle fecce fini sono le principali linee guida per apprezzare questo vino bianco. Il nome Oasi richiama la situazione irripetibile in cui sono racchiusi i nostri vigneti di collina all’intero del bosco. Non si tratta un vino da meditazione o da fine pasto, ma si riscopre come vino a tutto pasto e che scatena la curiosità per interessati abbinamenti, che vanno dai formaggi erborinati, alle pietanze a base di tartufo. Fino all’anguilla grigliata, ovvero il Bisato su la griglia, consigliato dai nostri clienti di Venezia».

Quali sono i mercati che stanno rispondendo meglio in un anno difficile come il 2020? E quali sono i vostri progetti per il futuro?

«Il mercato di prossimità è stato il primo che ha risposto in maniera positiva, sia per una scelta di cuore, per sostenere le produzioni locali, sia per una scelta rivolta alla qualità, ovvero la riscoperta di eccellenze locali. Questo periodo di emergenza sanitaria ci ha dato la possibilità di riscoprire il contatto con i consumatori diretti dei nostri vini, e chi effettivamente stappa le bottiglie. Dall’altra parte la maggior parte della nostra clientela italiana è legata al canale della ristorazione e delle enoteche, che è stato fortemente penalizzato. In questo ambito, solo in alcuni casi c’è stata la possibilità di reinventarsi anche per la proposta dei vini. Recentemente ho notato due modi estremi con cui si è sviluppato il mercato, da un lato il passaparola spontaneo tra conoscenti o amici che hanno richiesto informazioni e acquistato le bottiglie direttamente alla sorgente, e dall’altro lo sviluppo irrefrenabile delle vendite online. I ristoratori e gli enotecari rimangono comunque i nostri ambasciatori più affezionati e lo dimostrano i punti di affezione FIVI in Italia, con la loro voglia di comunicare i vini artigianali. I nostri partner commerciali per l’estero sono alla finestra e stanno aspettando che passi la burrasca, e mi riferisco principalmente agli USA, al Nord Europa e al Giappone. Questi si stanno riorganizzando per essere pronti nel momento della ripresa, che prevedono più rosea rispetto a quello che percepisco personalmente in ambito italiano».
Testo di Gualtiero Spotti
Foto cortesia di Aquila del Torre
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