4 domande ad Alessandro Mori

Un grande passione per il Brunello e per il suo vitigno, il Sangiovese. A Montalcino, nel cuore della Toscana, Alessandro Mori produce vini di spiccata eleganza e carattere. Lo abbiamo incontrato per fare quattro chiacchiere…

Come è cambiata la quotidianità dell'azienda vinicola in un anno difficile come questo? Ha avuto effetti anche sui mercati esteri per quanto vi riguarda?

«Fortunatamente non ci sono state variazioni di rilievo in azienda perché il ciclo vitale delle viti ha proseguito il suo corso ed è stato necessario curare le piante in modo maniacale come tutti gli anni. I nostri vini sono soprattutto indirizzati al mercato dei privati e dei collezionisti e proprio grazie a questo segmento abbiamo registrato un forte incremento di vendite, probabilmente perché per sopportare il peso dell’isolamento forzato si è preferito comprare vino e cibo di qualità».

Ci può dire che stagione è stata invece dl punto di vista produttivo?

«È stata una grande annata, dovuta, secondo me, alla pulizia dell’aria. Nella mia memoria non ho ricordo di un’annata con una completa assenza di malattie in vigna come è stata la 2020, questo ci ha permesso di intervenire in maniera minima. La natura ci ha dato una totale assenza di malattia in tutta la campagna, dalla vigna all’oliveta, non c’è stata traccia di peronospora o oidio e i frutti sono stati più ricchi. È stato sicuramente un anno tragico per l’uomo, ma di grande riscossa per la natura».

La sua vicenda professionale l'ha portata dal lavoro in banca alle vigne. Come è stato entrare a far parte del mondo del vino?

«In realtà io sono sempre stato nella vigna, il mondo del vino era già in me. Prima per gioco, poi per passione finché non è diventato uno stile di vita. Dopo un breve periodo come legale in banca, ho deciso di tornare a seguire la mia azienda, lavorandovi in prima persona. La mia vita era diventata la vigna ed io, con lei, riuscivo ad esprimere me stesso. Dalla prima annata vinificata, la 1976, alla prima imbottigliata nel 1980, ad oggi, la storia del Marroneto e la mia vanno di pari passo. Ogni annata non rappresenta soltanto un’estate piovosa oppure un inverno ventoso e aspro, ma è anche la traccia indelebile della mia vita. Un percorso durante il quale ho sempre di più dedicato tutto me stesso al Marroneto, in una sorta di cursus honorum da vignaiolo, di cui il 1990 è stato tappa fondamentale. Quell’anno è stata una grande annata, sia per me che per il mio vino. Oltre ad essere un anno perfetto per il Sangiovese, ho deciso di affrancarmi dal mio mentore e maestro di vita e di camminare in totale autonomia. Ero pronto. Da questo momento in poi avrei avuto bisogno soltanto di un agronomo che si occupasse della salute delle mie vigne, ma sarei stato solo io a dare l’impronta al mio vino. Ogni vendemmia, da quel 1990, è stata una crescita ed una scoperta dei terreni, delle vigne, dei vini e di tutto il mondo Marroneto. Ad oggi mi sento un vigneron di esperienza, ma ho ancora tanto da dire attraverso i miei vini nelle annate future».

Dovendo abbinare i vini a dei piatti, quali sono le sue scelte? E poi, c'è un pairing che ha scoperto e che è stato a dir poco sorprendente?

«Il Brunello Madonna delle Grazie si può abbinare a molti piatti, da primi strutturati a secondi di carne che giocano sulle eleganze. Un ottimo abbinamento è con il piccione, ma anche con grandi formaggi stagionati. È un ottimo compagno anche per il dopo cena, come vino da meditazione. La cosa più sorprendente che ho compreso è che il vino si abbina molto con le proprie sensazioni. Lo abbiamo provato in ogni angolo del mondo con tante cucine, ma io suggerisco ad ognuno di trovare il proprio abbinamento del cuore».
Testo di Gualtiero Spotti
Foto cortesia di IL MARRONETO
 
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