Dalle catene della quarantena a quelle (liberatorie) della solidarietà

Nel libro della giornalista Sarah Scaparone la Torino del gusto, ai tempi del Covid-19, diviene un laboratorio di fermenti creativi all’insegna del sostegno e della comunità.

Persino il giorno, tanto agognato, in cui la tempesta sarà finalmente passata, sarà bello leggere e rileggere quel messaggio nella bottiglia che la giornalista Sarah Scaparone, collaboratrice de La Stampa e di Donna Moderna, ha scritto nei giorni cupi e minacciosi della pandemia, racconto che si è concretizzato nel suo ultimo libro “Una storia di cibo al giorno” (Edizione Kindle 4,99€), e in cui è il sottotitolo – “Diario di una quarantena solidale” – il vero e proprio grido di speranza che si leva oggi dai naufraghi del mondo della ristorazione. Il tempo ci dirà quanti tra costoro avranno messo in salvo i ristoranti, le loro aziende agricole, vinicole e – insieme – i tanti posti di lavoro, i progetti e gli ideali di una vita.

Cambierà, ovviamente, la nostra percezione di lettori se uno strategico comparto del nostro Paese, qual è senza dubbio il mondo della ristorazione: e ciò tanto in termini economici che per il suo valore di autentico patrimonio culturale, avrà retto e a quale prezzo vi sarà riuscito. Ma sin d’ora brilla e brillerà la testimonianza di chi, travolto da circostanze avverse e imprevedibili che hanno cancellato vitali mezzi di sostentamento e ogni genere di programmazione imprenditoriale, ha interrotto e invertito la bufera nichilista in cui siamo precipitati offrendo in prima persona, piuttosto, un gesto di calore, di umanità e vicinanza ad altre persone, molte quelle disagiate, fatte concretamente sentire – e questa è la testimonianza che rimarrà – come propri fratelli. Impresa, questa, tutt’altro che scontata.

Dalla sua casa di Torino Sarah si collega pressoché ogni giorno, dal 20 marzo al 20 aprile, con i piccoli e grandi protagonisti del mondo dell’enogastronomia. Le sue dirette Instagram che hanno cadenzato puntualmente le 15 dei pomeriggi di lockdown si trasformano in testimonianze, qui trascritte in storie, in cui un altro virus, quello della solidarietà, ha preso a diffondersi luminosamente e, per una volta, sì, a contagiare in maniera benigna. Fa da cornice, in verità quale vero e proprio personaggio principale di “Una storia di cibo al giorno” quella città di Torino che nel suo DNA ha una secolare e forte tradizione caritativa, per quanto l’orizzonte dei personaggi incontrati dalla giornalista si allarghi anche ad altre realtà sparse tanto nella sua regione, che in Italia e non solo. Il ricavato dell’ebook stesso (che dagli inizi di giugno avrà una veste pure cartacea) sosterrà la mensa dei poveri gestita dai Frati Minori Piemonte Onlus.

Perché non consegnare a medici e infermieri dell’Ospedale Amedeo di Savoia le pizze invendute e quelle mozzarelle di bufala che all’indomani della chiusura dei ristoranti non si sarebbero potute conservare?, cominciò col domandarsi agli inizi del dramma italiano del Covid-19 Carlo Ricatto, titolare della conosciuta pizzeria torinese Bricks Pop Tapas e Pizza. La sua idea di pizza sospesa, sulle orme di quel caffè che a Napoli si paga a chi non può permetterselo, diventa un successo: nei 15 minuti in cui l’iniziativa viene lanciata sui social raccoglie 200 euro. Una delle star italiane di questo mondo, Massimiliano Prete, con i suoi due locali a Torino (Sesto Gusto) e a Saluzzo (Gusto Divino), non si fa cogliere impreparato: sposa da subito la catena di solidarietà di #pizzasospesa (fatta propria e rilanciata dalla Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi) e organizza più tardi una serata, il 28 di marzo, in cui l’intero ricavato della vendita delle sue straordinarie pizze (1200 euro) viene devoluto alla Croce Verde e all’Ospedale di Saluzzo. Simone Salerno, con la sua piccola pasticceria Chocolat di Gassino (TO) di pasticceri piemontesi e valdostani a favore di medici e infermieri ne riesce a mobilitare ben 60 in soli due giorni.

Si aggiungeranno i gelatieri. Si muovono le sfogline emiliane, il mondo dell’olio extravergine d’oliva, produttori di vino, di grappa (quelle distillerie trentine che trasformano l’alcol rendendolo non commestibile bensì igienizzante), i consorzi di tutela dei formaggi e di altre cose buone, nonché i fotografi di cibo, cuochi peruviani (oltre a tanti, tanti chef italiani), giornaliste americane e non solo ma anche commercianti, albergatori, esperte di viaggi. Testimonianze concrete di chi, unito abitualmente nella ricerca del gusto, ha agito lasciandosi ispirare da parole d’ordine che sono quelle di reagire, donare e non restare a guardare. «Il problema vero d’affrontare d’ora in avanti – sintetizza Oliviero Alotto, che è il Fiduciario Slow Food della condotta di Torino città, altra associazione tra quelle importanti che in questa emergenza si è spesa sul fronte della solidarietà – non sarà più solo quello dei poveri che comunque, pur vivendo nel disagio, sopravvivono con dignità, ma dei nuovi poveri che da un giorno all’altro si sono trovati nelle condizioni degli ultimi senza la minima idea di come affrontare la situazione».

Testo di Giovanni Caldara
Foto Cover di Paul Elledge
Forse ti può interessare anche