Brindisi con delitto e polvere di nocciole

lo scrittore Matteo Colombo nel suo romanzo giallo “Q.B.” ci guida in un mistero attorno al mondo dell’alta cucina. Dove indiziata speciale è una torta alla crema.

Editore: Unicopli

Collana: La porta dei demoni

Lingua: Italiano

Tipologia: Gialli & Thriller 

Anno edizione: 2019

Pagine: 219

La cena con delitto richiede una messa in scena perfetta. E allorquando il grande chef Quinto Botero, due stelle Michelin a una trentina di chilometri da Milano, si reca sul Naviglio, a soli tre giorni dal Natale, nel laboratorio del maestro artigiano Samuele Spada, lo sorprende con una richiesta ben specifica: «Voglio due bicchieri originali. Deve inventarli dal niente. Due bicchieri che non si sono mai visti». «E a che cosa servirebbero?» – gli risponde quel grande artista del vetro per il quale “la parola fretta non esiste”. «Non mi importa che forma abbiano, né cosa ci verserò dentro. L’unica cosa che le chiedo è di farmi due bicchieri per brindare alla morte». Il vecchio artigiano non si scompone, ma si domanda quale musica questi bicchieri che mai ha creato – ne ha pensati dopotutto di moltissimi, tutti straordinari, ma pur sempre legati a momenti di gioia e di festa – debbano avere. Alla fine accetta ma aggiunge: «Aspetti a ringraziarmi. Non sa quanto ancora le verranno a costare». «Il prezzo non sarà un problema», ribatte allora il grande chef. «Immagino – sono le ultime parole dell’artigiano [ndr] – Tanto è lei che deve morire, no?»

Intanto le prenotazioni per la cena di quell’incredibile Natale sono state cancellate. Tutte. Tutte eccetto una: quella del suo assassino. Il grande chef lo sa e concede la serata libera all’intera brigata (di sala e cucina) che ovviamente è incredula: «Sono in grado, no, di cucinare per una persona!», si schermisce. Si comincia con l’insalata di aringhe. «Il mio chef sta distribuendo il composto sulle aringhe scolate e le sta decorando con le rondelle di limone verde. Solo così il limone è accettabile sul pesce. Le serve col mais, il pomodoro a dadini e la cipolla, in una terrina che dà a tutto il piatto la forma di un medaglione di sapori. Una figura geometrica perfetta». A parlare è Toni, un talentuoso giovane cuoco di Sorrento venuto al nord per lavorare nelle cucine stellate del Beckett di Quinto Botero. O meglio: è il fantasma del povero Toni, che è stato ucciso con un colpo di pistola proprio tra i fornelli di quel tempio gastronomico, forse per errore, dal momento che è proprio il suo blasonato chef a sospettare d’essere egli stesso l’ultimo destinatario della furia omicida del suo unico ospite quella sera di Natale.

«Si riparte dalle ostriche servite con il pane tostato e le foglioline di cerfoglio nel court-bouillon. Per secondo l’astice bollito agli aromi (con un mazzetto odoroso di erbe), servito con i rametti d’aneto e certi scampolini di pancetta che regalano al crostaceo un tocco sorprendente. Un accostamento che, più che altro, è un’intuizione»; è ancora la presenza invisibile e muta del cuoco assassinato a svelarci i piatti raffinati di quella cena fatale. «”Sublime” ripete l’assassino». Per dessert c’è spazio, ma soprattutto ancora tempo, per il plum-pudding preparato all’inglese. Che fine avrà fatto, invece, quella coppia unica di bicchieri creata appositamente per il brindisi finale?

Si tratta di due «flûte a stelo altissimo con una svasatura quasi impercettibile dove si appoggiano le labbra»: ce li presenta così Matteo Colombo, l’autore dell’intrigante romanzo Q.B. (Edizioni Unicopli) interamente ambientato nel mondo della cucina. Di più: dell’alta cucina. O meglio ancora: in quel suo immaginario che oggi seduce una platea vastissima di appassionati ma anche di semplici curiosi. «Colpisco ancora il bicchiere – è lo chef Quinto Botero a parlare [ndr] –; una, due, tre, quattro, cinque volte. A ripetizione. Me lo batto sui denti. Niente. Questi due bicchieri non suonano. […] Samuele ha disegnato, ha soffiato il vetro, ha modellato, ha smerigliato, ha lucidato due bicchieri che sono perfetti per questo momento. Un addio». Ma la chiave del giallo andrà cercata piuttosto in un importante insegnamento, frutto di quella dura esperienza che altro non è che la vita e che a volte può essere tragica, come lo è stata per i tre cuochi assassinati e forse lo sarà presto anche per Botero, insegnamento che così il suo protagonista sintetizza: «Ciò che ti fa essere un grande cuoco non è non commettere mai un errore. Ma isolarlo e imparare. È sempre l’errore la parte più significativa. È lì che pulsa la nostra esistenza, è lì che si annida l’arte».

Testo di Giovanni Caldara
Foto cortesia di Matteo Colombo
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